App.net, il social network a pagamento. Proprio come tutti gli altri.

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Dalton Caldwell, il fondatore e CEO di  App.net, parla in modo chiaro e preciso nel video di lancio del suo servizio – lo stesso video utilizzato per proporlo su Kickstarter, dove hanno raggiunto più di 500k dollari di offerte.

Se vendiamo un servizio, i nostri clienti sono gli utenti e il nostro lavoro è far contenti gli utenti. Se abbiamo un servizio gratuito basato sugli ads, gli advertiser sono i nostri clienti e il nostro lavoro sarà fare contenti gli advertiser.

Una concetto semplice, ma molto vero e potenzialmente rivoluzionario, almeno nel mondo dei social network.

Cos’è App.net, e perché è diverso

App.net è un real-time feed (qui un esempio), cioè una cosa simile a Twitter, per capirsi. Il sistema in sé non è rivoluzionario, l’ha già fatto Twitter, no? E allora che cambia? È l’idea che sta alla base che è diversa.

App.net si pone sotto una luce che non era mai stata considerata prima nel mondo dei social network, cioè dice al pubblico che per usufruire del servizio gli utenti dovranno pagare in moneta. Sono disponibili due tariffe diverse: 50 dollari annuali per gli utenti normali e 100 per i developers, con pieno accesso alle API, alla documentazione, ai tool, eccetera.

Ma se è così simile a Twitter perché devo pagare per una cosa che c’è già, gratis?

Perché in realtà Facebook, Twitter e gli altri, non sono gratis. Noi diamo a loro le nostre informazioni personali in cambio del loro servizio e loro le rivendono agli advertiser.

Tutti questi servizi “gratuiti” viaggiano continuamente sulla sottile – e pericolosa – soglia di un precario equilibrio. Da una parte ci sono le aziende e dall’altra, noi. Si trovano di continuo a dover trovare un compromesso fra queste due sfere, rischiando di non accontentare l’una o l’altra, o nessuna delle due.

L’esempio più recente è Twitter, che per iniziare davvero a monetizzare sta cambiando molte cose. L’uscita dei tweet da Linkedin e la limitazione delle sue API a terze parti, in particolare, hanno suscitato molte proteste – e disgusto – fra i developers e in molti utenti.

Facebook è da sempre un container di dati, che custodisce gelosamente, chiuso al resto del Web, contro lo spirito di libera condivisione che ha da sempre contraddistinto la Rete e sembrava un principio imprescindibile.

Inoltre Facebook ha da sempre fatto penare i suoi utenti con le politiche sulla privacy, che non sono mai state davvero chiare, imponendo dei cambiamenti repentini al suo sistema.

E facendo sgobbare fra i settings chi non vuole lasciare tutti i propri dati di pubblico dominio.

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“The Evolution of Privacy on Facebook” – Matt McKeon

Nel caso di App.net, noi non paghiamo il servizio con le nostre informazioni. La cosa non concerne solamente il trattamento dei dati personali, che non saranno più sbandierati a destra e a manca, ma riguarda anche una piccola ma fondamentale sfumatura, che Caldwell sintetizza bene nella frase già citata: se vendiamo un servizio, i nostri clienti sono gli utenti e il nostro lavoro è far contenti gli utenti.

App.net si impegna a stipulare un contratto chiaro con i propri utenti: tu mi stai dando dei soldi e io mi impegno a offrirti il miglior servizio possibile per la tua esperienza di social networking – e, per i developers, a fornirti le mie API senza togliertele da un momento all’altro. Il sottile e pericoloso equilibrio fra utenti e aziende, che tutti gli altri social network devono affrontare ogni giorno, in questo caso scompare.

Quindi le questioni sono due: la riservatezza dei dati personali, e un modo completamente nuovo, quello a pagamento.

Sui dati personali: Diaspora*

Ci hanno già provato – ci stanno ancora provando in realtà – a creare un social network che ti permette di mantenere la proprietà delle tue informazioni personali senza darle in pasto a nessuno. Si chiama Diaspora* e anche la loro idea è innovativa.

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Diaspora* (sì, si scrive con l’asterisco) è un insieme di nodi gestiti dagli utenti, che comunicano fra loro attraverso una rete sociale distribuita, con funzionalità simili a quelle di Facebook. In italiano significa che ogni utente possiederà uno di questi nodi, che conterrà tutte le sue informazioni, e potrà comunicare con i nodi “amici” attraverso un protocollo criptato.

Quindi anche qui l’idea è di assicurare a ognuno il pieno controllo e possesso delle proprie informazioni, in un sistema di nodi completamente decentrato.

Diaspora* è in fase alpha da circa due anni e non sta facendo molto parlare di sé, nonostrante un brillante avvio su Kickstarter, dove hanno collezionato 200.000 dollari – da notare che nel video di presentazione i quattro ideatori sembrano appena usciti da un episodio di Big Bang Theory.

Probabilmente il progetto non riesce a decollare a causa delle difficoltà tecnologiche che gli utenti si troverebbero a fronteggiare nell’installazione di questi nodi e nella loro gestione.

Un sistema così decentralizzato, per essere veramente compreso e utilizzato, ha bisogno di una conoscenza media delle tecnologie più elevata e più estesa. È un po’ il motivo, se ci pensiamo, del perché nonostante ormai mantenere un dominio internet non costi quasi nulla, moltissime persone creano il proprio blog su piattaforme dedicate anziché costruirsi il proprio utilizzando un CMS.

App.net ha deciso di azzerare le competenze tecniche necessarie al suo utilizzo, sviluppando lui lo strumento nel miglior modo possibile. Questo impegno gli utenti dovrebbero però pagarlo in moneta.

Sull’abbonamento annuale

Può sembrare un controsenso dover pagare per utilizzare uno strumento che contiene la parola “sociale” nella propria ontologia, ma il punto è di nuovo che in realtà il servizio offerto da Facebook e gli altri non è gratis.

Come dicono i ragazzi del video di presentazione di Diaspora*, noi non sappiamo come verranno utilizzati i nostri dati in futuro e, una volta che sono stati comunicati, non abbiamo più il controllo su di essi.

Inoltre mi voglio soffermare ancora sull’equilibrio fra utenti e advertiser sotto al quale App.net non dovrebbe più sottostare.

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Avere un servizio completamente dedicato a sé non è cosa da poco. Gli utenti avrebbero finalmente un potere contrattuale che non si limiterebbe solamente alla potenziale minaccia di smettere di utilizzare uno strumento. Se tutto funzionasse come dovrebbe, in App.net non ci sarebbero più cambiamenti di rotta dovuti soltanto a inseguire la monetizzazione, né chiusura alle terze parti, né impostazioni o vincoli nati dal nulla per farti arrabbiare.

Io ti sto pagando con monete sonanti e tu mi devi offrire il miglior servizio possibile e pensare solo a me. Certo, lo sai che il mio unico cliente sei tu.

Allora devo correre a farmi un account?

“Ma secondo te, App.net, funzionerà?”, mi ha chiesto un mio amico.

“No”, è quello che gli ho risposto.

Mi è uscito spontaneamente, in un millesimo di secondo, quel no. Me ne sono stupito anch’io. E ho cercato di capire da dove fosse venuta quella risposta così repentina e categorica.

In realtà io mi sono trovato d’accordo con le riflessioni di Caldwell e sono convinto che avere a disposizione uno strumento che pensa solo al tuo, di bene, e non anche a quello delle aziende, senza oltretutto usare i tuoi dati come meglio gli pare, sarebbe perfetto. Però App.net ha bisogno di una cosa che forse oggi come oggi ancora non abbiamo.

Mentre Diaspora* necessita di una conoscenza tecnologica media un po’ troppo alta, ad App.net occorre una consapevolezza culturale molto più estesa.

Lo scoglio che si troverà davanti App.net e che non so se riuscirà a superare è che sta proponendo una specie di rivoluzione, da “gratis” ad abbonamento annuale, nel mondo del social networking, che per poter vivere dev’essere popolato da molte persone, altrimenti rimane un guscio vuoto. Coldwell si troverà davanti al problema di far attechire il suo messaggio su un terreno che non credo sia ancora abbastanza fertile.

Basta vedere in che modo la maggior parte degli utenti usa Facebook per capire di cosa sto parlando. Sono moltissimi quelli che hanno un profilo completamente aperto pieno zeppo di foto – anche imbarazzanti – e di dati estremamente sensibili visibili al mondo intero. Del problema dell privacy si parla e si è parlato moltissimo, ma sono ancora in tantissimi – direi la stragrande maggioranza – quelli che lo prendono sottogamba.

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La questione di un servizio ottimizzato per gli utenti e non per le aziende, forse può interessare più persone, però questo è un problema che si palesa solamente quando chi fornisce il servizio fa un passo davvero falso – leggi: “Twitter stai in campana”.
È per questo che ho risposto di no alla domanda del mio amico, in modo così rapido. In realtà la risposta, dopo queste riflessioni, diventa un “No, non ancora”.

Non so se la soluzione ad abbonamento proposta da App.net sia la più efficace o l’unica percorribile, ma di sicuro so che la direzione presa per quanto riguarda la privacy e il tipo di servizio offerto è quella giusta. Nel frattempo, chi lo sa, magari qualcuno trova il modo di riuscire a creare un servizio davvero gratuito, con le stesse caratteristiche.

Potrei chiudere con un “mai dire mai”, però ve lo risparmio.

Originariamente pubblicato su Young Digital Lab

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