Chiamatemi Ishmael

Chiamatemi Ishmael.
L’ha urlato ai quattro venti, l’ha ficcato nella testa del suo equipaggio, ci ha sturato le orecchie dei suoi passeggeri, con quel nome.
Chiamatemi Ishmael.
In una giornata afosa e appiccicosa di mosche, se l’era fatto tatuare. Qui, sul petto: Ishmael.
Un ragazzino con i brufoli cosparsi di faccia, un giorno ebbe l’ardire di chiederglielo.
Perché Ishmael?
Lui guardò lontano e sorrise, increspando la sua faccia scolpita di rughe dimenticate là dal sole.
È il nome del capitano Achab, rispose magnanimo, con la frivola voglia di gettare perle di saggezza in un pozzo di ignoranza.
Veramente no, disse il ragazzino. Il capitano Achab è una cosa, Ishmael è quello che racconta la storia. Ishmael è il mozzo.
E poi tornò a giocare con l’iPad.
Quella notte venne da me.
È tutto vero?, mi chiese.
Sì, gli risposi.
Fu un duro colpo per lui. Nei giorni seguenti indossò una maglietta, per coprire la vergogna che lo macchiava indelebilmente. Per i turisti era anche meglio non vederlo a petto nudo, ma loro non potevano capire. Gli bastava arrivare da La Spezia a Porto Venere. Che ne sapevano loro.
Alcune notti dopo venne di nuovo da me.
Come devo farmi chiamare?, mi chiese.
Franco, gli risposi, perché era il suo vero nome.
Lui annuì, disarmato dall’evidenza, e rimase sveglio a fissare il mare.
Per giorni, durante le pause, si rigirò fra le mani la sua copia sgualcita di Moby Dick. Poi riuscì ad aprirla e a leggere ciò che c’era dopo le prime righe.
Per un mese, non disse più una parola. Faceva la tratta La Spezia-Portovenere e subito si rituffava a leggere. Faceva la tratta contraria, e subito si rituffava a leggere. A pranzo, a cena, al cesso: era sempre a leggere.
Ogni tanto veniva da me a chiedermi il significato di una parola. Io glielo dicevo e lui corrugava la fronte. Poi annuiva una volta sola e se ne andava.
Un giorno lo vidi seduto sul bordo della barca e capii che era successo qualcosa. Il libro era vicino a lui, abbandonato.
Quella notte venne da me.
Il capitano Achab è morto, disse.
Sì, dissi io.
Qui le balene non ci sono, disse.
No, dissi io.
Sono nell’oceano.
Sì.
Il capitano Achab aveva una gamba di legno, disse lui.
Io non dissi niente.
Vieni con me.
Mi portò alle scialuppe e restammo a guardare le stelle e le luci del porto. L’orizzonte era buio e il vento sembrava essersi dimenticato di noi.
Prese il remo di una scialuppa e me lo porse, poi distese la gamba, appoggiando il tallone sulla ringhiera.
Io lo guardai.
Fallo, mi disse.
No, dissi io.
Lui mi guardò.
Ho le tempeste oceaniche nella mia mente. Non posso rimanere rinchiuso in un golfo.
Io strinsi le labbra e serrai i denti.
Fallo, ripeté lui.
Ishmael, mi sfuggì in un sussurro.
Non chiamarmi così.

 

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